Problemi, vittorie e prospettive di un Parco che compie trent’anni

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ROCCA DI PAPA / attualità – Il Parco dei Castelli romani compie trenta anni e lo fa con il commissario Sandro Caracci, tornato alla guida dell’Ente dopo circa 15 anni.

 

“Il traguardo impone ovviamente un momento di riflessione, di verifica, e perché no, anche l’occasione per cambiare marcia e magari dare uno sprint. Mi trovo in questa fase che spero non sia solo celebrativa, perché stiamo organizzando degli incontri soprattutto incentrati a fa capire cos’è il Parco. Sembra assurdo ma dopo trenta anni c’è ancora chi cerca di mettere in discussine l’Ente. Avremo però anche momenti di analisi scientifica, e saremo fieri di comunicare che secondo i dati raccolti la biodiversità sia animale che vegetale è aumentata all’interno del Parco rispetto alle zone contermini. Questo di per sé dovrebbe già far capire che è importante essere e fare Parco”.

 

Se dovesse tracciare un bilancio dell’attività del Parco?

“Premetto che c’è un dualismo forte tra quello che siamo e quello che percepisce la gente, ma è anche vero che noi siamo portati a vedere il nostro territorio con occhio distorto ed eccessivamente critico rispetto alla realtà.
I problemi sono tanti: il livello del lago Albano, lo stato dei boschi, l’abusivismo dilagante, ma c’è anche il risvolto positivo, che noi riscontriamo molto quando stiamo a contatto con le persone dei Castelli ma non solo, grazie soprattutto agli incontri di “Cose mai viste”.

Certo, non sono soddisfatto. Dopo trent’anni mi sarei aspettato che per esempio avessimo il piano di assetto, lo strumento principe, cardine di tutta la nostra attività. Ma mi rendo conto che fare parco ai Castelli romani è cosa assai diversa che farlo ad esempio ai Simbruini, dove il rapporto territorio-abitanti è inverso rispetto al nostro. La differenza sta nell’antropizzazione del nostro territorio.
E’ chiaro allora che la funzione che abbiamo noi come Parco è assai diversa.
Io ho sempre pensato, oggi come 15 anni fa (anche con un certo rammarico, perché pensavo che le cose avessero avuto un’accelerazione), che il Parco debba svolgere una funzione di laboratorio, per vincere la sfida di mettere in relazione l’uomo con l’ambiente. Ecco perché puntiamo molto sulla didattica nelle scuole, per insegnare ai bambini a fruire del territorio, tutelandolo”.

Cosa non ha funzionato in questi anni?

“Io nel 95 ero in un periodo di transizione che non auguro a nessuno, in cui sostanzialmente si faceva da parafulmine. C’era l’assemblea dei Comuni, allora, cui prendevano parte tre rappresentati per ogni Ente locale, circa 60-65 persone sedute intorno a un tavolo. Una babele.
Oggi è più o meno come allora, e arrivano attacchi da chi pensa di avere la verità in tasca e di poter tirare il Parco per la giacchetta.

Fare Parco in un territorio antropizzato come il nostro è difficile, ma la vera rivoluzione parte dall’interno. La struttura del Parco deve aprirsi al territorio, non può chiudersi nella torre d’avorio.
Un altro motivo per cui il Parco non funziona è anche la comunicazione. Bisogna informare i cittadini su ciò che facciamo, altrimenti ciò che emerge è solo la voce di chi pensa che il Parco dia fastidio, perché facciamo prima di tutto tutela.
Noi dobbiamo essere autorevoli e non autoritari, e l’autorevolezza si acquista tutti i giorni con l’impegno e il lavoro sul territorio, l’equità  e il buon senso”.

Cosa occorre per fare il salto di qualità?

“La concertazione e la consapevolezza che il Parco non ha intenzioni vessatorie. Oggi si fanno cento tavoli diversi per una stessa tematica, ad esempio il turismo, molto spesso sprecando risorse e non risolvendo i problemi o comunque non apportando alcun beneficio. Esempio ne è la strada dei vini, con finanziamenti destinati a un progetto di cui non se ne sente più parlare.

Io non sono chiuso a modelli innovativi, ma nel momento in cui si va delineando l’area metropolitana, l’unica possibilità per i Castelli romani di non essere fagocitati da Roma e sfuggire all’omogeneizzazione del territorio, è rappresentata proprio dal Parco, in cui già esiste un organo, la Comunità del Parco, composta da tutti i sindaci dei Comuni castellani, la Comunità montana e la Provincia, che può svolgere la funzione di area vasta.
È come avere una Ferrari in garage e continuare a  uscire col somaro.
La Comunità del parco dovrebbe svolgere funzioni di area vasta e mettersi insieme per fornire servizi integrati, mettendo da parte i campanilismi e smettendo di utilizzare il Parco come capro espiatorio per le beghe di paese. L’unione fa la forza, solo così possiamo fare il vero salto di qualità”.

Le problematiche su cui agire sul territorio però sono molte..

“ Se avessimo attuato quello che dicevo prima probabilmente non avremmo tutte queste problematiche. Le risorse, sia economiche che umane, sono poche per pensare di risolvere i problemi da soli.
Il lago Albano è proprio la sintesi delle criticità che vive questo territorio. Ognuno pensa di poter fare ciò che vuole, ecco perché gli eccessivi emungimenti e gli svariati comportamenti scorretti che danneggiano l’ambiente. Poi si sono fatti degli sbagli nella regimazione delle acque, e poi, soprattutto, non vi è concertazione. Perché il fosso di Pentima Stalla che parte dai Campi d’Annibale a Rocca di Papa, realizzato dalla Comunità montana, non è stato deviato al lago? Avrebbe fatto certamente confluire un importante quantitativo di acqua. Invece ci troviamo in una situazione dove persino la Provincia ha autorizzato il carp fishing notturno quando il campeggio al lago è vietato, creando solo molta confusione e disagio.
Serve,come dicevo, maggiore concertazione”.

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