80 euro: il bonus delle discordia

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Lo scontro tra governo e Confocommercio sui benefici del provvedimento di Renzi: il segnale di una nazione che non si riprende
Come qualcuno ipotizzava sin dal mese di maggio, sul finire dell’estate il bonus da 80 euro sulla busta paga è diventato materia di dibattito e persino di scontro. Chi sperava in un allargamento della platea a cui destinarlo è rimasto deluso (i pensionati, cioè gli unici che potrebbero distribuire la ricchezza in modo ragionato e parsimonioso, resteranno fuori); chi pensava potesse dare un’impennata ai consumi deve rispondere ora alle associazioni di categoria, che da ieri hanno posto dubbi e perplessità, a distanza di tre mesi dall’applicazione del provvedimento, sul reale scopo di questi soldi. L’indicatore dei consumi Confcommercio (Icc) relativo al mese di giugno, sottolinea infatti che l’effetto-bonus, anche se ha mosso qualcosa, non è riuscito a provocare uno choc sui consumi e a stabilizzare la fiducia sconfiggendo l’incertezza. La reazione del presidente del consiglio, Matteo Renzi, non si è fatta attendere: ”Per chi dice che gli 80 euro non servono a niente, io penso che 11 milioni di italiani la pensano in modo diverso. Non siamo ancora fuori dalle difficoltà, c’è ancora molto da fare, ma lo faremo con ancor più decisione”. L’impressione che si ha, però, è che l’iniziale vento favorevole si sia spento di fronte alle nuove difficoltà e agli ultimi dati che vedono l’Italia annaspare ancora nelle acque della crisi.
La verità è che gli 80 euro sono serviti, ma solo per pagare debiti, tasse e bollette (che sono sempre di più e sempre più costose). Non è poco, ma neanche quello che ci si aspettava. L’Italia, al di là delle spinte di incoraggiamento, ha bisogno di lavoro e sviluppo. E nessuna ricetta tampone, dai bonus ai redditi di cittadinanza, potranno mai sostituire, alla lunga, la forza di un’occupazione garantita e di un salario stabile, due valori assoluti per la sussistenza degli esseri umani. Purtroppo la politica italiana è costretta a ragionare da anni in termini di precarietà, sia istituzionale che economica. E ciò si riflette anche nei ragionamenti, nelle prospettive future, nelle idee di costruzione di una nuova imprenditoria e di un nuovo welfare.
Al di là delle polemiche, è questa realtà che ci rende deboli e che continua a farci vedere il futuro a tinte fosche. Si vive ormai giorno per giorno. Non saranno i contributi o gli appelli alla speranza a risolvere le cose. La convivenza con una lunga recessione è anche questo.

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