160 anni della ”Repubblica di Rocca di Papa”: una piazza per ricordare la rivolta?

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ROCCA DI PAPA/ eventi – Dal Gruppo Facebook ”Tutta-Rocca di Papa” parte l’iniziativa di alcuni cittadini. La rivolta scoppiò nel maggio del 1855. Durò poco, ma è rimasta un simbolo di libertà. 

Il 2015 coinciderà con una ricorrenza molto importante per la storia di Rocca di Papa. Si celebreranno, infatti, i 160 della ”Repubblica di un giorno”, come qualche storico l’ha chiamata. Dal Gruppo Facebook ”Tutta-Rocca di Papa” è giunta proprio in queste ore una proposta di sicuro interesse. Grazie all’iniziativa di Armando Serafini, Franco e Luigi Carfagna, Luigi Keta, Fabrizio e Francesco Castri (ma se ne aggiungeranno altri con il passare dei mesi) si è pensato infatti di proporre al Sindaco di Rocca di Papa di intitolare una piazza in onore dei ”martiri roccheggiani” che proclamarono la Repubblica locale. Mentre ”like”, suggerimenti ed adesioni iniziano ad aggiungersi, torna quindi d’attualità un episodio della storia per alcuni controverso, ma che nella cittadina che lo ha ospitato è vissuto come un fatto d’orgoglio e di grande importanza nella storia del Risorgimento regionale ed italiano. Se la Repubblica Romana del 1849 divenne a ragione una importantissima parentesi eroica della ribellione contro il Potere Temporale della Chiesa, quella di Rocca di Papa, meno conosciuta, poco presa in considerazione e ridotta quasi a rango di una ”scaramuccia”, è comunque un fatto a sé che ha bisogno di essere ancora riscoperto nelle sue cause sociali e politiche.

I FATTI“Avviso di notte: Si avvertono i signori infami che nel giorno del I Maggio si farà il Consiglio nel Palazzo delle Cinque Ischie. E bisogna ammazzare la pubblica Forza e pure il guardiano Miraculo. E poi dare nel cosidetto preterito al Priore e al Curato, sotto pena della fucilazione di notte a chi stacca il presente affissato. Senza altri affari da liquidarsi in avvenire di notte. Si avverte la Forza pubblica a fuggire e basta così. Viviamo felici. Dio. Il Popolo tutto”. È questo il manifesto che all’indomani del 1 Maggio 1855 sanciva la proclamazione della Repubblica di Rocca di Papa. I contadini, esasperati dalla miseria imperante, occuparono i terreni di casa Colonna, eressero in piazza l’albero dell’Indipendenza, sostituirono con l’insegna “Dio e Popolo” quello dello Stato Pontificio. Sulla scia delle idee mazziniane, seguendo l’eco della gloriosa Repubblica Romana, proseguendo gli ideali di Leonida Montanari, il martire di Piazza del Popolo che proprio a Rocca di Papa – un trentennio prima – era stato giovane medico condotto al servizio dei poveri, i cittadini roccheggiani decisero di scuotersi e scuotere l’autorità.

I fatti narrati sono stati descritti, tra i tanti, da Carlo Cofini, autore di un libro molto interessante sulla vicenda. La notizia della nascita di una Repubblica a due passi da Roma e dalla residenza papale di Castel Gandolfo, ebbe infatti risonanza internazionale. Sedata dai gendarmi in poche ore, i moti repubblicani finirono presto. I rivoluzionari furono arrestati e condotti nelle carceri della futura Capitale d’Italia. Non si è mai saputo chi fossero, che condanna subirono o se tornarono a casa.

Erano poveri i roccheggiani del 1855. Si rivoltarono per una promessa sostanzialmente non mantenuta dai Colonna, signori di queste terre, che prima fecero loro disboscare la Selva Grande in cambio di terreni da coltivare e poi ritirarono la parola data.

Il poeta Gioacchino Belli, in una famosa memoria, prese in giro la vicenda con queste parole: ”La causa della pazzia de’ rocchigiani deriva da certe lor vane pretenzioni contro il Principe Colonna sul diritto di pescare (pascere) e di legnare sul territorio, diritto che negli scorsi anni in virtù dell’emancipazione repubblicana avevano essi portati agli ultimi estremi della licenza. Il principe ha voluto ricondurre que’ villanzoni agli ultimi estremi della licenza del dovere, secondo le vecchie stipulazioni e consuetudini: ed essi ‘Morte a Colonna, viva la Repubblica’ e fuori una bandiera tricolore, e su un albero della libertà e balli e grida, e il malanno che se li colga. Ne sono stati carcerati 17. Io per me, dopo date loro una buona stirata d’orecchie e una zeccata al naso, li rimanderei a casa a dormire sotto quattro coperte trapuntate perché dopo una sudata copiosa si rialzassero di letto col cervello alleggerito”.

La verità più profonda di questa storia è che quella Repubblica, nel suo ideale più profondo e in quel ”Viviamo felici”, è ancora oggi un punto di riferimento indissolubile per i nostri valori. Mentre tutto ciò che affossò quella protesta – dalle facili ironie alle repressioni, dallo Stato Pontificio alle condanne a morte – è solo un lontano ricordo. Per questo è bene ricordare. Perchè quel lontano sussulto di dignità è culturalmente e spiritualmente anche il nostro.

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