Centro storico di Rocca di Papa: nei ricordi la voglia di scuotersi

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ROCCA DI PAPA/ attualità – A seguito dell’articolo sulla crisi del commercio, una riflessione ad alta voce 

Dopo aver letto oggi l’articolo di Fabrizio Giusti (LEGGI), riflessioni e proposte di fronte a una situazione di stallo che rischia di travolgere questa nostra città, ripropongo paro paro un articolo scritto qualche anno fa: la situazione non è migliorata da allora, la cara suor Adua ci ha lasciati, altri negozi hanno chiuso e il nostro centro storico sempre più laconicamente muore…

Qualche giorno fa in piazza Garibaldi c’era una signora anziana seduta davanti ad una cassetta di verdura e frutta, colta probabilmente la mattina stessa… Vuota la piazza, lamentele di chi ancora è là… Confermo la mia voglia di far conoscere ai nostri ragazzi la storia, i vicoli, la cultura e il dialetto di Rocca, facendogliela amare. Sono loro i nostri futuri cittadini: se non vogliamo vadano via per sempre, ma si rimbocchino le maniche e lavorino per ricostruire una nuova realtà di Rocca di Papa, dobbiamo dar loro fiducia e speranza, senza mai arrenderci.

Mi capita, talvolta, di andare a Rocca di Papa per sbrigare qualche commissione. Spesso amo sostare in Piazza Claudio Villa, in un parcheggio senza disco orario, chiudere l’automobile e camminare. Mi dirigo, sì nel negozio, al Municipio, all’Ufficio postale, sbrigo le mie cose e poi mi piace continuare a camminare, passeggiare lungo le vie e i vicoletti secondari della città. Mi attardo, magari incontro persone che conosco, ci si saluta velocemente o ci si ferma e ci si aggiorna, se da lungo tempo non è capitato di incontrarsi. A volte sento dentro di me uno strano turbamento e cerco di capire: vorrei “andare”, proseguire il cammino, mi lascio distrarre da una vetrina… Non rinuncio, se sono nei paraggi, a una visita in Parrocchia, una preghiera veloce, una breve sosta. Quando esco dalla Chiesa mi attardo, forse vado a Piazza dell’Erba (Piazza Garibaldi) , continuo a salire verso il centro storico, magari trovo una scusa per continuare il cammino. Infine mi arrendo: a ritroso percorro il tragitto verso la macchina, un salto all’edicola che si trova di passaggio, compro un giornale, riprendo l’auto, metto in moto e torno a casa. Spesso dentro di me sento una sorta di insoddisfazione, le prime volte inspiegabile, ora comprensibile da quando, un giorno ho capito: cosa c’è ancora di “me” a Rocca? Le case dei nonni, dei loro vicini, ormai sono vuote o abitate da inquilini in affitto che magari non parlano il nostro dialetto e la nostra lingua, anche se si sentono articolare suoni che hanno la finale in “u” come il rocchegiano; i negozi nei quali da bambina entravo per acquistare un giocattolo, dove guardavo le vetrine, la bottega di mio nonno, dello zio, dei parenti, sono chiusi. Non si apre più nessuna porta dove entrare, salutare baciando affettuosamente e ricevendo un caldo abbraccio parentale.

La scuola “de Moniche ‘n cima” che frequentavo, non accoglie più bambini e bambine dal grembiulino bianco e il fiocco celeste: chiusa anche quella, salvo per la cara suora che non si arrende ad abbandonarla e tutte le sere torna là a dormire dopo aver insegnato altrove. La patina del tempo ha immobilizzato e reso polverosi i ricordi; tutte le botteghe hanno le serrande chiuse, si intravedono tra il grigiore soffuso gli ologrammi di vecchi fantasmi: una fruttivendola rubiconda, con un’enorme “parannanza” dalle ampie tasche, che sorridendo sceglieva per la cliente frutti maturi, decantando con voce argentina la sua mercanzia; il macellaio, dal camice macchiato di chiazze rosse che scherzava e stuzzicava le sue clienti, servendole con cavalleresca cura, tra un colpo di mannaia e l’eleganza del taglio di una fettina di carne; pare ancora di sentire il profumo di pizza che faceva svenire dalla fame, ti faceva imbucare in uno dei tanti forni e scorgere il fornaio imbiancato di farina che si affacciava in canotta e calzoncini corti anche d’inverno, mentre la moglie, dietro una vetrina carica di invitanti “maritozzi” serviva le clienti o “i riazzi che teneanu da i’ a scola e voleanu ‘n pezz’e pizza rossa”; nel frattempo i garzoni caricavano enormi ceste di rosette appena sfornate; e che dire del profumo di affettati quando si passava davanti al “pizzicarolo”?

Odori di salumi, di prosciutti appesi, di “pagnottelle c’a mortadella”: quei panini avevano un sapore irripetibile; a Natale il negozio di giocattoli diventava magico con le sue vetrine cariche di lucine intermittenti e di giocattoli colorati e le vetrine si appannavano con il fiato “d’i riazzi “ che si fermavano a guardare; lungo la strada nelle orecchie si materializzava il ritmo di piccoli colpi di martelletto: il calzolaio riparava, tra montagne di vecchie scarpe, un paio di calzature, circondato da amici che “gli davano chiacchiera”, lavorando in poco spazio, su un vecchio tavolinetto di legno sul quale c’era di tutto: mastice, pennelletti, lame per il cuoio, chiodini minuscoli che ogni volta portava tra i denti per poterli meglio afferrare, prima di inchiodare una suola; ai colpi “du carzolaru” facevano eco quelli “du feraru” sempre “panontu”, dalle mani e viso neri; e dalle “bettule” un effluvio di vino faceva da sottofondo alle chiacchiere degli avventori, che proporzionalmente alla quantità di vino consumato, regolavano il volume della voce. Rocca di Papa, in quella zona, era tutto un vociare, un burlarsi tra passanti e commercianti, lo scambiarsi di un pettegolezzo tra comari, magari appena uscite “d’a funziò’”, un chiamarsi per soprannomi.

Mi scuoto: solo nei ricordi il vociare che rendeva viva quell’anima paesana pare ripetersi, ma si affievolisce pian piano nel silenzio dei miei pensieri. Ma ecco una scarica di ottimismo: sono certa che tutto ciò rivivrà, con l’impegno di tutti, con le idee, i progetti, inculcando nei “riazzi de oggi” l’amore per questa città, facendola conoscere nei suoi vicoli, raccontando la sua storia e facendola sentire parte di loro stessi, dei loro genitori, dei loro nonni e di tutti coloro che li hanno preceduti. E allora al lavoro, noi adulti: facciamo conoscere e amare a tutti, grandi e piccini, questa nostra bella Rocca.

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