Mafia Capitale: il silenzio della politica rischia la complicità

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CASTELLI ROMANI – In mezzo alla bufera, è d’obbligo un dibattito

A pochi giorni dall’inizio dell’inchiesta ”Mafia Capitale”, nessun amministratore dei Castelli Romani ha sollevato il problema di un ampio dibattito sulla grave vicenda. Sulle colline a sud di Roma visto è accertato che  la rete della ”cupola” (composta da più famiglie, clan affiliati e sodali) ha compiuto i suoi affari. Le informative dei Ros e  le intercettazioni continuano a sorvolare pericolosamente il territorio, eppure è come se l’indagine più preoccupante degli ultimi decenni sull’intreccio tra politica, delinquenza, criminalità e malaffare in Italia non fosse anche roba nostra.

L’area geografica dei Castelli romani, ora anche istituzionalmente, è parte della Città Metropolitana. Si è quindi consegnata ed ha aderito ad un progetto politico che non può essere solo di natura amministrativa e burocratica. Se l’Area Vasta ha anche un suo valore culturale, questo ha il bisogno di confrontarsi con ciò che le si determina attorno. Se le Mafie aggrediscono queste zone, tutte le istituzioni che ne fanno parte hanno il dovere di confrontarsi per comprendere e capire le dinamiche, creando quelle piattaforme virtuose in grado di proteggere paesi, cittadini, imprese ed aziende dall’aggressione di una potenza economica che ha fatturati altissimi e che sopratutto con la crisi si fa più forte e penetrante.

Sganciarsi dai timori è quindi necessario. Vero è che tra gli indagati di Roma – specie tra coloro che sedevano su poltrone importanti o ricoprivano ruoli di vertice nei vari partiti finiti nell’occhio del ciclone – ve ne sono alcuni che con i Castelli Romani avevano rapporti fitti e costanti, sostenendo campagne elettorali o partecipando a cene, convegni e dibattiti. Amicizie che forse imbarazzano qualcuno, ora, ma che prima erano sbandierate ai quattro venti. Questa in corso, però, è un’altra storia, da cui affrancarsi anche dopo gli errori, l’incapacità di valutare il pericolo, le ingenuità. Ma il silenzio no, non può essere accettato come forma di indifferenza voluta. Non può essere compreso dentro a quei valori di legalità che dovono investire le nuove generazioni in particolar modo.

Crescere o continuare ad esistere in un territorio che fa finta di nulla è la strada più breve per sbattere contro il muro. Nel preoccupante disegno emerso dalle inchieste della Procura di Roma, certifica che ognuno dovrà fare – da oggi in poi – la sua parte. Ma con la differenza che chi è amante dei valori fondanti e reali della democrazia, chi li promuove o ne dovrebbe essere portatore, non può e non deve esimersi da una presa di posizione forte e chiara contro gli interessi e le speculazioni, le connivenze (ove siano presenti) e gli intrecci pericolosi.

L’avvenire di questa area è già in corso d’opera. Mentre scriviamo, mentre riflettiamo o parliamo, mentre svogliamo questi compiti quotidiani, la malavita continua a fare i suoi affari e ad estenderli. Nostro compito è fermare questo declino.

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