Grassi svela i segreti del delitto Moro: ”Non vi hanno detto la verità”

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gero grassi ROCCA DI PAPA / Cultura – Ieri pomeriggio il convegno “Chi e perchè ha ucciso Aldo Moro”, alla presenza del sindaco Pasquale Boccia e del cardiologo, ex deputato Giuseppe Gambale, a cura del vicepresidente del Gruppo PD alla Camera on. Gero Grassi. Sala gremita e molti sindaci del territorio presenti

Senti pian piano la sedia sgretolarsi sotto il sedere, le pareti di quella piccola aula dissolversi, e diffondersi una nebbia tanto fitta da non riuscire più a distinguere il nord dal sud, il bene dal male, il buono dal cattivo. Ti sforzi di ripensare a quanto letto sui libri di scuola, a quelle fiction televisive, a quel substrato culturale che pian piano, negli anni, ti è cresciuto dentro, e sopraggiunge lo smarrimento. Non ci hanno detto nulla, o meglio, non ci hanno detto la verità.

Sul caso Moro, la strage di via Fani del 16 marzo del 1978, in cui persero la vita cinque uomini della scorta e fu rapito il presidente della Democrazia Cristiana, sui ben 55 giorni di prigionia, che gettano ombre nere come la pece sulla storia della nostra Nazione, sui perché ancora irrisolti a distanza di anni, ci sono pagine e pagine di documenti, tratti esclusivamente dai processi e dalle audizioni delle commissioni parlamentari d’inchiesta, in cui le dichiarazioni di personaggi politici, forze dell’ordine ed esponenti delle Brigate Rosse contribuiscono a riscrivere una storia che sembra non essere quella che abbiamo sempre saputo.platea_aldomoro

Se è vero dunque, come ha ricordato il cardiologo, già deputato, Giuseppe Gambale citando De Gregori che “La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano”, allora prima o poi il vaso di Pandora dovrà essere aperto.  “E non tanto per una forma di giustizia verso Moro – come ha detto il fautore di questa coraggiosissima rilettura della storia, l’on. Gero Grassi – ma per senso di responsabilità verso i nostri figli, per costruire un Paese realmente democratico, civile e sereno, che non ha paura del suo passato”.

Non fu un rapimento improvviso. Moro viene fatto scendere dal treno, l’ Italicus, sul quale  il 4 agosto 1974 esplose una bomba provocando 12 morti e una cinquantina di feriti; a Roma nel 1977 è gambizzato l’onorevole Publio Fiori, sui muri e sui giornali viene scritto, “oggi Fiori domani Moro”; provincia di Torino, 8 maggio ’78, sono intercettati due messaggi, terribili: “il cane morirà domani” e “il mandarino è marcio”. Il cane è Moro. Il mandarino è Moro. Questi due messaggi sono criptati con un codice utilizzato solo dai servizi segreti militari italiani, ma sono spediti dai brigatisti.

Il covo in via Gradoli poteva essere trovato prima, e non confuso, per via di una seduta spiritica cui prese parte Romano Prodi, con Gradoli, paesino in provincia di Viterbo, così come la tipografia in via Foà dove veniva stampato il materiale delle Brigate Rosse e dove la polizia, solo il 17 maggio del ’78, trova due stampatrici, una del ministero dell’Interno e l’altra del ministero dei Trasporti.

E poi ancora le memorie dalla prigionia di Moro ritrovate solo in versione ‘epurata’, quella moto Honda che passa durante la strage di via Fani e spara per proteggere le Brigate Rosse, le perquisizioni in via Gradoli che si fermarono sulla porta chiusa del covo delle Br, e la scelta del Governo di non trattare, firmando la  condanna a morte dello statista pugliese.

A distanza di anni la verità sul caso Moro fa ancora paura a molti. Sulla figura del leader della DC che voleva far salire sul treno della democrazia anche il Comunismo, simbolo del compromesso storico, scelto dai brigatisti perché ammaliati dalla sua indole e cultura, si sono concentrati interessi disparati: massoneria internazionale, agenti della Cia, del Kgb, la mafia ed esponenti del governo.

“Non ho ancora tutte le prove, ma le sto inseguendo” ha concluso  Grassi, invitando l’attentissima platea a tornare a casa e raccontare ai propri amici e  parenti la storia della vita e della morte di Moro.

Il 9 maggio 1978 Aldo Moro venne ritrovato morto nel bagagliaio di una Renault 4 in Via Caetani a Roma. Rubata sei mesi prima, il proprietario dell’auto la cedette alla polizia rifiutando una lauta offerta da parte della Renault, che intendeva acquistarla. Lui rispose: “Sulla morte di un uomo non si specula”.

 

Per approfondire sul dossier Moro – http://www.gerograssi.it/cms2/index.php

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