160 anni dopo… Viva la Repubblica di Rocca di Papa

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ROCCA DI PAPA/ attualità – Nel mese di maggio, per celebrare l’anniversario, previsto un convegno e la riqualificazione della lapide commemorativa in Piazza dell’Erba

Leonida Montanari era morto da trent’anni. Il primo medico condotto del paese, carbonaro, rivoluzionario, aveva perso la vita, con il ”taglio della testa” a Piazza del Popolo. Aveva pagato per le sue idee. Oltre un secolo dopo il regista Luigi Magni lo celebrerà con un film indimenticabile, ”Nell’anno del Signore”, che racconterà mirabilmente i sentimenti di quegli italiani che volevano la Repubblica, uscendo dal gioco di conti, principi, cardinali e Papa Re.

Leonida, come detto, era morto da trent’anni e più anziani, a Rocca di Papa, nella primavera del 1855, non ne avevano dimenticato il lascito. Magari li aveva curati nella loro povertà, oppure gli aveva donato il seme della rivolta, quella stessa che diede il frutto di un’esperienza rapidissima ma storicamente importante: la Repubblica di Rocca di Papa, governo che secondi le fonti storiche fu costituito nel 1855 da alcuni rivoltosi all’epoca nello Stato Pontificio.

Non è chiaro quanto a lungo sia durata la parentesi repubblicana, sebbene in tanti siano concordi sulla sua brevità. La lapide inaugurata in piazza Giuseppe Garibaldi nel 1955, nel centesimo anniversario di quell’evento, riferisce che la sollevazione durò poco meno di una settimana. Nei prossimi giorni, intorno alla metà del mese, il Comune organizzerà a tal proposito alcune iniziative per ricordare i 160 anni dell’evento. In previsione un convegno e la riqualificazione della lapide commemorativa stessa, oggi priva del fregio di marmo che la ornava fino a poco tempo fa.

Un giorno, tre giorni, una settimana, un mese. Non importa quanto durò, ma cosa avvenne. Il 30 aprile 1855 i cittadini roccheggiani, stanchi della dominazione decisionale e politica della famiglia Colonna, insorsero e sancirono la nascita della Repubblica. La notizia non rimase sconosciuta, raggiungendo anche i paesi esteri. L’allora ministro dei Paesi Bassi, il conte Liedekerke de Beaufort, che soggiornava nella piccola cittadina presso il priore Botti, il 31 maggio 1855 scrisse: “La proclamazione della Repubblica di Rocca di Papa è un avvenimento politico di grande rilevanza”. Persino la scrittrice George Sand ed il poeta romano Gioacchino Belli, quest’ultimo per la verità molto ironicamente, descrissero quanto accadde in quei giorni. Sulla Gazzetta del Popolo comparve un articolo nella sezione politica. Recitava: ”…a Rocca di Papa un tumulto manifestatosi tra quei contadini, perché il principe Colonna, feudatario del luogo, voleva ricuperare alcune terre che un suo cattivo agente aveva fatto occupare; un incognito arringò la moltitudine, loro persuase ad insorgere, e detto fatto, si toglie l’arma del papa”.

Le divergenze tra il popolo a la famiglia dei Colonna, signori del feudo dal 1427, peggiorarono quando nel 1577 Luzio Galentino, Governatore del casato, emanò un bando che vietava lo “jus lignandi et carbonandi” dei cittadini nella Macchia Grande, un bosco di oltre duemila ettari conosciuto come “Macchia della Fajola”. Su tale spazio la comunità di Rocca di Papa esercitava da sempre il diritto, sancito da Bolle papali e dallo stesso Statuto, di legnare e carbonare. Anni di supremazia e abusi chiedevano quindi una rivalsa, una rivalsa che arrivò nei giorni ”radiosi” di maggio del 1855. Papa Pio IX dovette sospendere la partenza per Rocca di Papa, dove si apprestava a trascorrere il suo primo soggiorno primaverile in un’abitazione ancora esistente in Piazza della Repubblica. Il Pontefice arretrò, ma non i suoi soldati. Senza scontri e senza sangue, tornò la tranquillità e tornò il silenzio, anche se tutt’oggi permane il mistero su alcune persone che furono arrestate e che forse non rientrarono nelle proprie abitazioni.

L’evento fu incompreso, colorato di sfumature persino ridicole, spogliato dalle sue motivazioni ideali di principio. Il cosiddetto ”bicchier d’acqua”, il fuoco di paglia, prese le parti di un fatto storico in realtà ben più importante, almeno sul piano simbolico. L’insurrezione di una parte di quei tremila abitanti fu per la storia una sorta di ”scazzottata” da mettere nelle due righe a fondo pagina del Risorgimento. Ma ci furono. E sancirono un momento in cui emersero nella sostanza i problemi umani di una comunità che per certi versi esercitò la sua apertura alle nuove spinte che venivano da quella gioventù e da quelle idee che avevano già incendiato Roma nel 1849, con la sua gloriosa Repubblica capeggiata da quel Giuseppe Mazzini che visitò e conobbe Rocca di Papa, la sua gente, i suoi poveri. Tensioni politiche e sociali che segnarono un’epoca che solo sei anni dopo la rivolta roccheggiana sfociarono nell’Unità d’Italia e poi, ancora più tardi, nel 1870 con la presa di Roma e alla fine del dominio secolare dello Stato Pontificio.

Tornando al Belli, egli, dileggiando un po’ la sortita del piccolo popolo castellano, scrisse. ”La causa della pazzia de’rocchigiani deriva da certe lor vane pretenzioni contro il Principe Colonna sul diritto di pescare (pascere) e di legnare sul territorio, diritto che negli scorsi anni in virtù dell’emancipazione repubblicana avevano essi portati agli ultimi estremi della licenza. Il principe ha voluto ricondurre que’villanzoni agli ultimi estremi della licenza del dovere, secondo le vecchie stipulazioni e consuetudini: ed essi ‘Morte a Colonna, viva la Repubblica e fuori una bandiera tricolore, e su un albero della libertà e balli e grida, e il malanno che se li colga. Ne sono stati carcerati 17. Io per me, dopo date loro una buona stirata d’orecchie e una zeccata al naso, li rimanderei a casa a dormire sotto quattro coperte trapuntate perché dopo una sudata copiosa si rialzassero di letto col cervello alleggerito”.

A parte il segno storico di favorevoli e contrario all’episodio, forse è bello ricordare quel frammento di rivincita con la frase che venne scritta in fondo al manifesto di insurrezione popolare. Un testo duro, violenti, ma che proprio nel suo commiato segnava un augurio spirituale, democratico e di autentica prosperità: ”Viviamo felici. Dio. Il Popolo tutto”.

La felicità come diritto di tutti. Una causa da perseguire ancora oggi.

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