San Carlo Borromeo, ricorrenza importante per la comunità

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di RITA GATTA

Ricorrenza importante a Rocca di Papa il 4 novembre: si festeggia San Carlo Borromeo, eletto Patrono quattrocento anni fa nel lontano 1613, quando sull’altare dell’antica chiesetta del Crocifisso, nel cuore del borgo antico, nella comunità parrocchiale del tempo, costituita da boscaioli e carbonai, piccoli coltivatori e pochi fortunati possidenti, la mano di un bimbo dall’urna sull’altare, estrasse tre nomi da una lista di venticinque; successivamente la sorte decretò la scelta definitiva e San Carlo Borromeo da allora divenne protettore della nostra comunità. Ma chi era Carlo Borromeo? Vissuto dal 1538 al 1584, era nipote di papa Pio IV, al secolo Giovanni Angelo Medici, milanese, la cui famiglia era imparentata alla lontana con i Medici di Firenze. Dal pontefice Carlo, appena ventunenne, cadetto di una nobile famiglia di Arona, fin dall’infanzia porta l’abito talare. Pur non avendo ancora preso i voti sacerdotali, venne nominato Segretario di Stato e Amministratore dello Stato Pontificio, nonché Cardinale.

La cosa non poteva che attirargli antipatie e qualcuno a Roma mette in giro voce che quel giovanissimo principe della Chiesa, alto, dal volto sgraziato, dal naso eccessivamente pronunciato, chiuso di carattere, impacciato nella parola, non sia nemmeno molto intelligente. Pur nell’agio, circondato da intellettuali e musicisti, Carlo era di costumi irreprensibili e conduceva una vita onesta , utilizzando generosamente i suoi beni per dotare la città di opere pubbliche : ospedali, acquedotti… Grazie a un gioco di diplomazia e matrimoni la famiglia Borromeo, s’imparentò con nobili casati, tra l’altro, anche con i Colonna, signori di Rocca di Papa. Quando Pio IV iniziò la ripresa dei lavori del Concilio di Trento, Carlo Borromeo offrì una straordinaria abilità di mediatore tra la volontà del Pontefice e i regnanti europei dell’epoca, molti ispirati dal vento innovativo della Riforma protestante, nunzi apostolici, ambasciatori, padri conciliari e collaborò con costanza : tra le sue mani passarono missive, documenti, trattati che da Roma arrivavano a Trento e viceversa. La sofferenza della morte del fratello Federico lo avvicinò ancor di più alla spiritualità e alla necessità di abbandonare sfarzi e ricchezze nella propria intima vita: il prelato mantenne lo stretto indispensabile per il decoro dovuto al suo ruolo cardinalizio, anche se poi venne accusato di manie rigoriste.

Cominciò a vivere in maniera frugale, a pregare e leggere il Vangelo in ginocchio e scelse nella sua intimità una vita di penitenza. Tornò a Milano accolto festosamente dalla popolazione fino ad allora vessata dal Governatore spagnolo, condivise vita di preghiera e comunità nella sua diocesi, facendosi ancora più umile nel suo vivere di tutti i giorni. Cominciò a essere il pastore vigile in una Diocesi che comprendeva tutta la Lombardia e si estendeva fin dentro le valli svizzere; si diede da fare per ristabilire la propria autorità religiosa davanti allo strapotere delle autorità civili, da tempo abituate a dettar legge su tutto. Fronteggiò i contrasti con il potere laico quando si oppose al carnevale e alla volgarità dilagante, impedì che il Tribunale dell’Inquisizione spagnola assumesse potere nella sua diocesi, pur lasciando però in opera quella ecclesiastica, a suo dire meno crudele. Carlo dovette combattere anche contro la corruzione di alcune potenti istituzioni religiose della città, come la Collegiata dei canonici della Scala e l’ordine religioso degli Umiliati, e fu vittima di un attentato dal quale uscì miracolosamente illeso, dopo un’archibugiata esplosa mentre lui era inginocchiato in preghiera davanti all’altare.

La sua opera pastorale fu tutta dedita alla popolazione e al recupero della dignità della persona, nonché alla moralizzazione del clero, a volte corrotto, colpevole di negligenza e di abbandono di un popolo che non veniva seguito nel suo cammino di fede. Le chiese che erano state trascurate e abbandonate vennero portate a nuova luce: l’Arcivescovo Borromeo diede indicazioni sulla bellezza dei paramenti e degli arredi sacri, la preziosità dei marmi, l’armonia delle musiche, il decoro dei dipinti; curò l’aggiornamento degli archivi, l’esattezza dei registri, e creò una rete di educatori che si occupavano della gente comune. In ogni parrocchia vi era una scuola di dottrina che prevedeva anche l’insegnamento per gli umili della lettura, scrittura, il far di conto, tanto che le prime pagine del catechismo erano dedicate all’alfabeto e ai primi rudimenti di matematica. San Carlo fece erigere delle “librerie comuni” in tutte le chiese, messe a disposizione del clero e dotò di una stamperia il suo seminario, per far sì che i suoi religiosi potessero aver testi spirituali a buon mercato. “La buona educazione dei figli è quella che li conduce a Cristo” era il suo motto . A lui si deve l’istituzione e la diffusione delle “Confraternite del SS. Sacramento”. Numerose le opere di carità che San Carlo promosse: case per orfani, case per mendicanti, case per ragazze prive di protezione sociale, case per donne vedove o abbandonate dal marito, case per convalescenti, case per dementi, case per i senzatetto, per i pellegrini e i forestieri. Sotto il suo Arcivescovado furono istituiti i Monti di Pietà per combattere l’usura. Infaticabile la sua opera anche durante la carestia del 1570 quando turbe di contadini affamati si riversarono a Milano per contendere ai cittadini quel po’ di cibo che restava.

Al centro della città sostava una folla di pezzenti. Tutti sapevano che i portici dell’Arcivescovado erano stati trasformati in cucine da campo, dov’era sempre possibile avere un piatto caldo di riso e legumi. Nella sua apertura al moderno, San Carlo favorì anche la coltivazione del mais da poco giunto in Europa e in suo onore chiamato “carlone” . Anche in occasione della terribile pestilenza egli fu in prima linea nel prestare soccorso e conforto agli ammalati, quando le autorità civili fuggivano e i medici distribuivano a distanza medicine e consigli. l’Arcivescovo cercò di valorizzare tutte le conoscenze scientifiche di cui allora poté disporre. S’intrattenne ripetutamente sull’argomento con i più celebri clinici dell’università di Pavia; diede disposizioni igieniche esigendo che tutti si lavassero e cambiassero le vesti dopo ogni contatto con i malati e perfino quando distribuiva del denaro, faceva collocare le monete in vasi di aceto. Donò preziose vesti e vendette l’argenteria per soccorrere gli appestati. Anche cessato il pericolo del terribile morbo, San Carlo viaggiando a cavallo, a volte anche di notte, continuò a essere infaticabile pastore, raggiungendo anche le parrocchie più lontane. In una di queste, a Castiglione delle Stiviere comunicò il piccolo Luigi Gonzaga.

La sua vita proseguì tra umiltà, penitenze e una grande fede, finché il Signore lo chiamò a Sé a soli quarantasei anni; era la sera del 3 novembre 1584. “ Guarda, Signore, sto arrivando…” furono le sue ultime parole.

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