Il Natale e la Befana degli anni ’20. Ricordi dal passato

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Da ”Rocca di Papa al tempo della crespigna e dei sugamèle”, di Maria Pia Santangeli

Quando il freddo si faceva pungente e ci si radunava intorno al fuoco a ”ragionare” di streghe e di legramanti, era segno che il Natale era vicino.

Una quindcina di giorni prima della festa, arrivavano gli zampognari dalla Ciociaria, i lòtricari, con tanto di ciocie, zampogna e piffero. Giravano per le strade facendo ‘a novena, cioè suonavano per nove sere, dietro compenso di pochi centesimi, davanti ale case delle famiglie che avavno pagato una specie di abbonamento (i lotricari dormivano in qualche stalla).

Le famiglie che pagavano non erano moltissime, ma sufficienti a far risuonare per tutto il paese, che per il freddo sembrava essersi quasi raggrumato, le note dolciastre e un pò lamentose dei canti natalizi.

I bambini a scuola imparavano le poesie che avrebbero recitato in chiesa e si sparpagliavano fuori dell’abitato in cerchia di muschio per il presepe, mentre le donne preparavano forme di pan giallo, di pan pepato e biscotti con il miele, come oggi.

Già da un mese nelle case si era cominciato a giocare a tombola e a carte tra amici e vicini, ma la sera della vigilia era quella della veglia, dei giochi e dei racconti interminabili, in mezzo ai quali si rispolveravano ricordi di vita militare, le solite storie tenebrose e gli aneddoti curiosi. i Narratori mai come in quelle occasioni erano vivaci e instancabili, da cui il detto, quando un discorso si annuncia prolisso: ”Chissu reccontamu ‘a sera ‘e Natale’.

La cena di quella sera era rigorosamente di magro e non mancava mai la frittura di cavolfiore, di baccalà, di patate e di mele e ”per devozione” un pezzetto di capitone o di anguilla marinata. Nelle case più povere ci si accontentava di ceci e baccalà.

Anche le streghe facevano la loro comparsa la sera della vigilia, perchè, secondi alcuni, andavano in giro proprio in quelle ore e di conseguenza si trovavano molti pettini a mollo nelle acquesantiere della chiesa e per la strada si potevano incontrare alcuni uomini che camminavano armati di una scopa (era voce comune che i pettini nell’acquasantiera impedissero alle streghe di guadagnare l’uscita della chiesa una volta che erano entrate; in tal modo restavano prigioniere ed erano costrette a chiedere a qualcuno di togliere i pettini, così da farsi scoprire).

I bambini no ricevevano regali il giorno di Natale ma il giorno della Befana, ed erano poche cose che i genitori ponevano nei calzettoni di tutti i giorni, attaccati la sera prima sotto la cappa del camino: un portigallu (un’arancia), un mandarino, due fichi secchi, qualche pezzo di carbone. Rarissimi i giocattoli.

Eppure la mattina dell’Epifania, alla campana dell’arba, i bambini erano gi svegli, ansiosi. Qualche padre o un parente buontempone improvvisava allora una scena nella cucina. ”Lascia, lascia…” e buttava qualche sedia per terra, facendo immaginare a una collutazione con la Befana che non voleva scaricare i regali. E imitava anche la voce chioccia della vecchia. I bambini arrivavano sempre tardi e non serviva più ripetere le strofette:

Befana, befanella

porta quaccosa a sta rìazzella,

Befana, Befanò

porta quaccosa a stu rìazzò

che gli adulti e i bambini avevano molte volte pronunziato durante le feste natalizie, invocando la Befana sotto la cappa del camino.

Tutt’al più che poteva cadere era un mandarino, qualche caramella, un fico secco che l’ideatore della commedia buttava su per la cappa, mentre i bambini era distratti. Che ci fosse la Befana sul tetto i bimbi erano convintissimi, una gran vecchia dispettosa, avara, che talvolta portava sì un giocattolino, ma spesso dopo qualche giorno se lo riprendeva, per ripresentarlo l’anno successivo. Molti genitori riponevano i giocattoli per paura che si rompessero (Regali? Manco la parola c’era. Mi ricordo che io e mio fratello ricevemmo una trombetta, colorata verde, bianco e rossa. Giocammo due o tre giorni, poi mamma ci à levata. Ricmparì l’anno appresso. E poi pe quattro o cinqu’anni di seguito ‘sta trombetta andava ‘n giro. E noi: O mà, sempre ‘a stessa trombetta !”).

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