Sotto sotto era una donna…l’ingiustizia storica della persecuzione delle streghe

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ROCCA DI PAPA/Storie –  Tempo di Befana: i bimbetti l’aspettano e vogliono bene a questa vecchietta che vola sulla scopa, con le vesti rattoppate, il fazzolettone annodato sotto il pronunciato mento che fa da mezzaluna con il naso non propriamente alla francese. Eppure nessuno di loro si sognerebbe di dire che la Befana è una strega, pur avendone, senza dubbio, l’aspetto. Una strega buona che porta doni. Streghe buone: non così la pensavano coloro che, alcuni secoli fa … ma andiamo con ordine.

Se fossi vissuta nel Medioevo, con la mia gatta nera Panterina, sarei stata, temo, fortemente sospettata di stregoneria. Il felino dal manto scuro, insieme ai capelli rossi e al neo nell’iride dell’occhio erano, secondo gli esperti stregologi segni inequivocabili di un connubio con il male, con il demonio. Nell’iconografia popolare e artistica la strega, solitamente di brutto aspetto, vola a cavallo di una scopa di saggina: dietro quest’ immagine esiste una realtà storica complessa, legata ai culti pagani della fertilità e al sapere sciamanico risalenti al mondo antico. Il termine strega deriva dal latino strix e indica un rapace come il barbagianni e la civetta, uccelli che si pensava succhiassero il sangue ai bambini ed erano considerati di malaugurio. Nei Castelli Romani stròlica – dal latino astrologus cioè astrologo – è sinonimo di maga o fattucchiera. A Rocca di Papa ‘a stria era un personaggio legato a una realtà provinciale nella quale si viveva, negli anni ‘ 60, secondo valori e usi della cultura contadina: fino a un decennio prima, pratica condivisa era quella di rivolgersi alla stròlica per risolvere le cause di presunti malefici. Nella cultura popolare era opinione comune che le streghe sapessero predire il futuro, praticare arti magiche, compiere incantesimi: a volte uniche risorse per contrastare le avversità di una vita difficile, pericolosa e faticosa. Non possiamo fare a meno di riflettere e notare come, rispetto all’attualità, nel passato il ruolo degli anziani fosse ben diverso: la società moderna, con i suoi ritmi quotidiani sempre più frenetici, poco spazio lascia alla fantasia e alla riflessione sull’esistenza umana. Ancora fino ai tempi dei nostri nonni e bisnonni, ritenere le case infestate dai fantasmi di chi le aveva abitate era forse un modo per creare un collegamento con i defunti che oggi invece scompaiono anche nel ricordo, oltre che fisicamente. Tornando ancora indietro nel tempo notiamo che in alcune culture antiche come quella egiziana, persiana, greca e romana, la magia era considerata una forma importante di sapienza: si ricorreva a pratiche magiche per ottenere difesa e protezione nelle difficoltà della vita quotidiana, della natura. Nel medioevo, con la fine del paganesimo, alle donne venne negata la possibilità di avere ruoli attivi nella gestione del sacro: all’altra metà del cielo non restò che rivolgersi alle scienze occulte per riappropriarsi dell’opportunità di agire sia nel mondo della metafisica, sia in quello culturale. Le povere sapienti della natura però divennero oggetto di violente e sanguinose persecuzioni: il fanatismo religioso creò circa quattro secoli di terrore con lo sterminio di decine di migliaia di donne, vittime di una cultura sessuofobica e ossessionata dal peccato. Soprattutto tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Seicento si concentrò la caccia alle streghe che conobbe due ondate: una dal 1480 al 1520 e l’altra dal 1560 al 1650. Le presunte streghe – e a volte anche i loro figli, soprattutto se femmine – appartenevano per lo più alle classi sociali inferiori ed erano di solito vedove, guaritrici, levatrici ed erboriste; non mancò tuttavia qualche caso isolato di nobildonne condannate, colpevoli di omicidi o di altri gravi reati, quasi sempre collegati con l’occultismo. Le herbarie, spesso identificate con le streghe dalle autorità laiche e religiose, molto frequentemente erano donne ritenute sagge dalla gente del popolo. Contro di loro una persecuzione durata a lungo: tra il XIV e il XVII secolo sono state uccise in Europa, secondo una stima approssimativa, circa 50.000 eretiche accusate di stregoneria realizzata attraverso sortilegi, malefici, fatture o di rapporti con le forze oscure e infernali. Quattro secoli di processi, torture, roghi. Per secoli le streghe, esperte specialiste della natura sono state medici senza laurea, farmaciste escluse dai libri e dalla scienza ufficiale: apprendevano le loro conoscenze reciprocamente, trasmettendosi le loro esperienze da vicina a vicina, di madre in figlia. Erano levatrici, guaritrici: andavano di casa in casa, erano un punto di riferimento per la gente comune. Per le loro cure si avvalevano dell’ascolto e dell’esperienza diretta sul corpo. Saranno la medicina dotta, la scienza, la religione a condannarle: il sapere maschile dell’istruzione contro quello femminile dell’esperienza. La prima condanna a morte di una strega si ebbe nel 1244 in Francia, l’ultima nel 1775 in Germania e la persecuzione contro la stregoneria su vasta scala durò circa quattrocento anni. Bastava avere gli occhi arrossati o mostrare un colorito troppo intenso per essere creduta in possesso di poteri malefici, denunciata come strega e, inesorabilmente, essere condannata al rogo. I processi contro le streghe furono basati soprattutto su una feroce ingiustizia e una cieca intolleranza che avevano a che fare con il tema del diavolo. Migliaia e migliaia furono le donne accusate di stregonerie, torturate, ingannate con false promesse di salvezza per indurre le confessioni e infine bruciate vive: durante il Quattrocento non c’è zona d’Europa dove il numero scenda sotto il migliaio. Ci si chiede come mai nessun governo, nessuna autorità, nonostante le numerose opposizioni da parte di scrittori, di scienziati e di qualche buon giudice del tempo, non si sia accorto della totale follia di tali persecuzioni. Gli storici fanno notare come la stregoneria sia sorta in un periodo di conflitti durato quasi ininterrottamente dal 1337 al 1648, durante il quale sono state combattute la guerra dei Cento anni, quelle di Carlo V e di Filippo II, le guerre di religione e, infine, quella dei Trent’anni, che coinvolse pressoché tutta l’Europa. E’ verosimile che dopo il primo mezzo secolo di ostilità, per il protrarsi dello stato di guerra e il conseguente acuirsi della povertà delle popolazioni, le Istituzioni lasciassero a desiderare anche negli alti ranghi della giustizia, fino a dare spazio a giudici sempre più incompetenti e fanatici. Il discorso vale anche per la categoria dei medici: quelli che furono interpellati per sapere se le malattie e le morti riscontrate nelle vittime fossero dovute a cause naturali o a malefici, non seppero con sicurezza formulare una diagnosi, alcuni forse per non farsi coinvolgere in valutazioni che, comunque, erano precostituite. Gli stessi parroci che, in buona fede e a richiesta degli interessati, benedicevano i presunti soggetti colpiti da malefici vari, di fatto anche involontariamente, mettevano in pessima luce gli accusati di fronte ai giudici e alla stessa opinione pubblica e davano un contribuito determinante anche dal punto di vista psicologico. In generale la Chiesa ha sempre condannato il sesso e ridotto il matrimonio a rimedio, con venature più o meno negative, della debolezza della carne. L’avversione nei confronti della sessualità diventa avversione nei confronti delle donne, su cui per l’inferiorità della loro natura, secondo i religiosi del tempo, il diavolo poteva fare più presa. L’Umanesimo e il Rinascimento, non importa se vissuti laicamente o religiosamente, furono con la loro esaltazione della bellezza e del corpo, un fenomeno d’élite circoscritto solo alle grandi corti, per di più italiane. Alla gente, alla grande massa della popolazione isolata in luoghi sperduti o nelle campagne non restava che il piacere della carne, unica consolazione di una vita grama accettata nella speranza di una salvezza, finalmente per tutti uguale. Delineando una tipologia di fattori che accomunano le donne considerate streghe emergono la povertà, l’analfabetismo, l’appartenenza a un ceto povero, rurale; spesso la strega viene individuata in una donna vecchia o comunque sola, depositaria di un sapere empirico legato alla natura. In alcuni casi emerge una figura di una donna diversa, suscettibile di stati alterati per assunzione di erbe particolari, come la segale cornuta, un fungo parassita della segale con effetti, fra gli altri, eccitanti. Non vanno poi dimenticati gli stati allucinatori dovuti all’insufficiente ed errata alimentazione. “La droga più efficace e sconvolgente, più amara e feroce, è sempre stata la fame, produttrice di insondabili scompensi psichici e immaginativi” A conclusione, tutt’altro che esaustiva dell’argomento, riporto una rapida sintesi di uno dei tanti processi avvenuti in Italia. Siamo nel 1630 a Bormio, in provincia di Sondrio in Valtellina: due donne, Domenica Trameri di Isolaccia detta Chierica e sua figlia, omonima, nella redazione dell’istruttoria distinte con senior e junior sospettate di stregoneria, dopo una lunga inchiesta vengono sottoposte a crudele interrogatorio durato un intero mese, dal 5 novembre 1630 al 5 dicembre dello stesso anno. Inizialmente la madre nega, ma stremata infine confessa e come lei la figlia. Le poverette, sfinite dai tormenti denunciano altre persone che saranno a loro volta interrogate, condannate e giustiziate. Elusa la promessa di un salvacondotto e tante le torture per estorcere i particolari circa i loro poteri e conoscenze. Tra le ammissioni ottenute con le sevizie, la preparazione di unguenti ottenuti con profanazione di cadaveri, utilizzando bombolivo (ombelico) cotto e ossicini triturati; delll’ uso di queste pozioni per scatenare brine e tempeste, di sabba con danze, musiche di cetre e chitarre, di accoppiamenti con il diavolo. Ogni tentativo di resistere, di ritrattare viene stroncato con nuove torture, compresa quella finale per avere conferma delle denunce e dei nomi delle persone coinvolte. Questo orrore protetto da continue benedizioni degli inquisitori affinché, entrando nei luoghi di pena, non avessero ad aver malefici ad opera di streghe o altre forze del male. Il processo si concluderà nel marzo dell’anno successivo con la condanna di ventidue persone – tre uomini – comprese le due indiziate alle quali era stata promessa la grazia per estorcere confessioni. Ipocrita l’invito a prestare attenzione a non far male ad alcuno, salvo il perpetrarsi dei tormenti per ottenere sempre nuovi nomi e nuove ammissioni. Tra le inquisite Giovannina, moglie di un bravo intagliatore la cui figlia Elisabetta sarà l’ultima giustiziata per stregoneria nel 1775. Quasi tutte donne le condannate, furono costrette a confessare di aver volato sul legno unto di unguento. I malefici avvenivano, secondo le confessioni, con il boffar, alitare su qualcuno o far mangiare di nascosto alle vittime i capelli della strega. Gli inquisitori tra loro si intendevano in latino per non far comprendere la strategia processuale alle imputate, le quali si esprimevano in un italiano arcaico, con espressioni del dialetto locale. Mi fermo a meditare con il lettore sulle ingiustizie e le violenze perpetrate contro le donne in quel lungo oscuro periodo nel quale l’altra metà del cielo era ritenuta inferiore all’uomo. A esse era precluso ogni ruolo di protagonista che non fosse quello di moglie, madre e figlia sottomesse al potere maschile. Qualcosa che ai nostri giorni pare ripetersi, sotto altri aspetti, con altre modalità, nascondendo la donna dietro abbigliamenti che celano la sua femminilità, privandola di diritti fondamentali, impedendole di studiare e di aspirare a ruoli riservati, in alcune società, solo all’uomo. E mi vien da pensare come sarebbe bello veder volare libere nel cielo, sul manico delle loro scope, le misteriose streghe in una lucente notte di plenilunio: proprio come quella vecchina che porta doni, loro potrebbero regalare al mondo progresso, raziocinio, obiettività e saggezza.

 

Roberto Libera Storie di streghe, fantasmi e lupi mannari nei Castelli Romani NeP Edizioni M. Pia Santangeli – Streghe, spiriti e folletti. L’immaginario popolare nei Castelli Edilazio P. Camporesi “Il pane selvaggio”, Bologna, 1981 Archivio del Comune di Bormio, Quaterni inquisitionum

 

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