A tu per tu con nonna Fernanda, la centenaria di Rocca di Papa

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centenaria-rocca-di-papa1916: in pieno conflitto mondiale, mentre i soldati erano al fronte, a Vivaro e negli altri Castelli Romani, infuriavano le lotte contadine: la povera gente proprio in quei giorni aveva invaso e seminato a Colle dei Morti, nella Valle del Vivaro, a Quartuccio del Fontanile… Fernanda Fei nasceva in una casetta del centro storico di Rocca di Papa, vicino alla chiesa del SS.mo Crocifisso. Era il 15 ottobre, probabilmente un bel giorno di una calda ottobrata romana e la mamma Aurelia Fazi, affacciandosi mentre l’allattava, guardava la striscia luccicante del mare all’orizzonte. Donne forti del quartiere bavarese, robuste e coriacee: chissà, forse fino a pochi giorni prima era andata a lavare i panni alla fontana in Piazza Vecchia o al Pantanello e poi aveva spignattato e cucinato per tutti. Il papà Natale sarebbe tornato dalla campagna dove vangava e zappava, lavorava nel bosco raccogliendo “verdura” per i fiorai, pungitopi e agrifogli e magari, vistolo tornare, la notizia poteva avergliela comunicata una delle tante vicine, forse proprio quella che chiamavano Maria de Muccu zozzu: i soprannomi a Rocca erano vere e proprie identità.

Era l’ultima di cinque figli, Fernanda, quattro femmine e un maschio, Filiberto che a soli diciannove anni se ne sarebbe andato per una polmonite dopo una sudata lavorando nei campi: lo ritrovarono seduto sotto un albero, dove s’era accasciato senza forze. Il padre pure morì scivolando da una scala poco distante dal forno di ‘Ngnese ‘e Rosarella, vicino ‘a casa de Colomma, in via della Cava… era uscito da poco dall’osteria e aveva perduto l’equilibrio. Magari poco prima, oltre a giocare a morra o alla passatella avevano discusso e commentato la difficile quotidianità del presente. Fernanda era andata in prima elementare, ma saltuariamente: la scuola, dove poi dice non l’avevano più voluta, le faceva venire ‘no sfogu ‘n capu e i rudimenti del leggere e scrivere non sono stati mai per lei familiari, mentre i conti li ha sempre fatti benissimo. Ammaestrata – dice ridendo – non sono mai stata… Da ragazzina giocava per la via con le compagnette a pappari, a ‘nguatanella (‘nguattarella) probabilmente a campana ‘soffie’, ma le piaceva tanto seguire la mamma alla fontana e con lei lavava le pezze: si preparava a un duro lavoro al quale erano destinate tutte le massaie prima dell’avvento della lavatrice. A diciannove anni sposò Lindo: era alto, bello, moro con un bel paio di baffetti neri appena accennati; aveva cinque anni più di lei… ricorda appena quando e come lo conobbe.. Evasiva, quando le chiediamo come si erano conosciuti, arrossisce; poi risponde che una volta era andata a cercare funghi nel bosco quando lo incontrò: ricorda che in quell’occasione si salutarono e altri incontri “casualmente” si ripeterono.

Qualcuno le diceva di non mettersi a fare l’amore con lui perché beveva, ma a lei piaceva. Le chiedo se era vero che amasse il vino Lindo e lei, simpaticissima mi risponde:- Ah ah!! E sottintendendo : altroché! Si sposarono in Parrocchia nel 1935. Lui aveva fatto il militare in Somalia. Non avevano soldi e non partirono per il viaggio di nozze. Ebbero sette figli in tutto, tre viventi: Luciano, Franca e Renato. Nonna Fernanda ricorda, tra i piccoli persi in tenera età, Franco: aveva solo quattro anni quando rimase folgorato con un filo dell’alta tensione caduto durante la guerra: tutti sapevano del pericolo, ma nessuno aveva mai provveduto a rimuoverlo… è sepolto nel monumento ai Caduti, vittima anch’egli della crudeltà bellica. Fernanda racconta che durante l’occupazione tedesca, spesso con altre donne, portava le uova al Comando nemico situato dove ora c’è la Clinica San Raffaele, ricevendone in cambio il pane. Lei dice, era gioviale, simpatica e non le è stato mai negato. “ Chinga me vede, me ‘cclama” afferma, lasciando intendere che era molto apprezzata e benvoluta, allora come ora, bravissima a fare ‘a stesa, la pasta fatta in casa, ma anche il pollo, gli involtini, aggiunge. Le chiedo di raccontarmi una sua paura e mi narra di aver visto ai Peschi, poco sopra la piazza del Carpino, una figura senza testa scendere con un mantello bianco: ricorda che stava andando a portare mazzi di agrifogli a Mafarda de Piccino che ‘bbitea ‘n Piazza Vecchia… se poi la testa fosse coperta dal cappuccio, beh, questo non potrebbe giurarlo. Ha sempre lavorato la nostra Fernanda: oltre a lavare i panni alla fontana, era occupata come cameriera e lavandaia anche nell’hotel Angeletto, vendeva i funghi trovati nel bosco, oltre gli agrifogli ai quali con santa pazienza, quando occorreva, attaccava le bacche rosse.

Fu anche balia: ebbe con sé nel ’49 un bambino per quattro anni, Giancarlo Terramoccia… la mamma lo veniva a trovare di tanto in tanto. Soffrì molto Fernanda quando il suo baliatico tornò dai suoi a Roma. E’ rimasta vedova a settantadue anni nell’88, quando il suo Lindo la lasciò: è orgogliosa di mostrarmelo in foto, in divisa da soldato quel bel giovanotto moro è proprio bello. E’ sempre stata una donna attiva e presente nella sua famiglia. Da tre anni ha difficoltà a camminare, ma vive con la sua badante in casa sua: si alza alle dieci, pranza, riposa, accoglie figli, nipoti e pronipoti con gioia. Ora, prima centenaria rocchegiana che ha raggiunto questo traguardo, festeggiata alla presenza delle autorità religiose e civili da una folla di gente nella sala parrocchiale del Sacro Cuore, nonna Fernanda è diventata simbolicamente la nonnina di tutta Rocca di Papa e di cuore le auguriamo tutti ogni bene e tanta salute!

 

 

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